Le ragazzi e i ragazzi di 4GAC intervistano Anita Gandossi e Beatrice Gotti, giovani attrici del Teatro Prova di Bergamo, protagoniste dello spettacolo “La scuola che non c’è”.

Anita, per quale motivo fai l’attrice?
Faccio l’attrice perché il teatro mi ha aiutata a superare la timidezza, ero molto timida da piccola e perché è un lavoro che mi permette di essere tante persone diverse e mi permette di comunicare con le persone tramite una delle forme d’arte, secondo me, più interattive e più interessanti.
Che cosa provi sul palco?
Sul palco provo sicuramente agitazione, appena prima di salire ho il cuore in gola tutte le volte che faccio uno spettacolo, ma è quello che mi fa capire che sta funzionando, che mi piace quello che faccio, e poi, in base allo spettacolo, provo le emozioni del personaggio che sto portando in scena. Mi immedesimo, se devo portare un personaggio che prova rabbia in quel momento cerco di sentire rabbia, se prova amore, tristezza, gioia cerco di sentire quelle emozioni mentre io, Anita, in fondo provo tanta energia, voglia di fare, voglia di divertirmi. Ci sono due livelli: quello del personaggio e quello, invece, mio personale che rimane sotto.
Com’eri durante le superiori?
Durante le superiori ero tante cose, sicuramente sono sempre stata una persona molto più dedita alle attività legate allo studio su carta, io impazzivo per filosofia, psicologia, scienze umane e inglese mi piaceva tantissimo. La matematica non è mai stata una matyeria per me. Se mi chiedete com’ero a livello di studio diciamo che ho una buona memoria, quindi avevo la fortuna di studiare un po’ all’ultimo e portarmi a casa un’interrogazione dignitosa, forse non da 9 o da 10, ma ho sempre pensato che non sia il voto a fare la persona, ma quello che tu metti quando sei con gli altri. Quindi diciamo che me la cavavo, anche discretamente, senza essere una di quelle persone devote allo studio h24.
Invece, tu, Beatrice, per quale motivo hai iniziato a recitare?
Ho cominciato un po’ per caso perché durante le superiori ho vissuto un momento molto difficile, assenza su assenze, rischio bocciatura, ecc… E quindi avevo bisogno di una scossa. Ho cominciato teatro e lì sono rimasta folgorata perché sono sempre stata una bambina che si metteva in gioco: ho provato molti sport, pallavolo, basket, senza mai eccellere, e poi ho trovato finalmente in cosa mi sentivo veramente brava. Anzi, non solo brava, ma proprio nel posto giusto. E, quindi, ho cominciato a fare teatro a livello professionale e, da una passione, è diventato l’obiettivo per il mio futuro lavorativo e ora sono un’attrice. Perché lo faccio? Per come mi fa sentire stare in un teatro.
Che cosa provi sul palco?
Appena prima di salire sul palco, ansia pura, poi invece quando lo spettacolo inizia una calma totale, un silenzio… e quando sono sul palco un mix tra adrenalina e calma. Perché poi a volte il pubblico non si vede nemmeno, quindi sono immersa nel buio, con un fascio di luce che illumina. Sul palco provo proprio una pace dei sensi per cui vorrei stare lì per sempre.
Com’eri durante le superiori?
Alle superiori studiavo molto, forse anche perché ero brava in quello, a differenza che negli sport, dove non trovavo soddisfazione. Ero molto studiosa e il teatro anche su quello mi ha aiutato tanto: non dico che fossi una secchiona perché non ero la più brava della classe, ma ce la mettevo tutta, puntavo sempre al massimo e forse esageravo. Bisogna dire che si punta il dito contro chi non studia ma non va bene nemmeno studiare troppo, cioè avere troppe aspettative e troppo peso addosso. Il teatro mi ha aiutato perché da quella brava a scuola sono diventata quella a cui piaceva fare ridere i miei compagni e quindi ho scoperto un lato di me che avevo messo da parte e che mi faceva stare bene.
